“Dentro me cosa c’è?” perché è importante che bambini e ragazzi conoscano chi sono

Dentro me cosa c’è? edito da Terre Di Mezzo

Tutte le persone in momenti diversi della vita si fanno questa domanda: dentro me cosa c’è? E’ una domanda che contiene il senso della persona, l’esigenza di conoscersi, il capire chi si è e cosa sta dentro la nostra mente e dentro il nostro corpo. Quindi chiediamoci “Dentro me cosa c’è?” e perchè è importante che bambini e ragazzi conoscano chi sono.

le emozioni

Partiamo da loro: le emozioni. Sulle emozioni si è detto moltissimo, ci sono tantissimi libri, corsi di formazione, film… ma spesso non ci si ferma ad ascoltarle. Guardate questa illustrazione ci sono molte emozioni al suo interno, c’è il nero, il colore, l’illustrazione, il buio (cosa vedo), il mal di pancia (cosa sento), l’emozione (le farfalle nello stomaco). Dividere e allo stesso tempo, unire, ciò che si prova quando si sente un’emozione è un processo difficile che richiede tempo, richiede allenamento ma è fondamentale per sapere cosa si prova.

Abituare i bambini, che saranno poi ragazzi, a fermarsi a sentire ciò che c’è dentro di loro, è uno degli aspetti fondamentali per sapere nel modo più preciso possibile, cosa provo in quella situazione e quindi come posso reagire. Questo aspetto diventa quindi un fattore protettivo ( trovi un approfondimento qui https://www.serenaneri.it/pregiudizi-sulla-salute-mentale/ ).

I pensieri

Spesso questo è l’aspetto più difficile per i bambini e le bambine, dare voce ai propri pensieri. Per farlo abbiamo bisogno come prima di fermarci, di ascoltare “nel cervello molti perchè” . La capacità di comprendere i propri pensieri, è un fattore protettivo in quanto permette alla persona di sentire come propri i pensieri che sente e questo dà la capacità di poterli anticipare (cosa penso in questa situazione), ma anche di pensare a ciò che potrebbe accadere dopo ( cosa potrei pensare in questa situazione). Avere la capacità di sentire e dare voce ai propri pensieri, è un enorme fattore protettivo perchè permette la possibilità di utilizzare il problem solving, la flessibilità cognitiva, la comprensione dei pensieri dell’altro.

Forse ci capita spesso di chiedere ai bambini cosa hanno fatto, ma poco di chiedere “cosa hai pensato in quel momento?”… questo potrebbe già essere un ottimo inizio.

io sono anche il mio corpo

Tendiamo a essere molto attenti al benessere fisico dei bambini, li guardiamo, li osserviamo, vediamo se crescono in modo adeguato, chiediamo al medico se tutto va bene… poi cambia il nostro sguardo. I corpi diventano qualcosa da giudicare, da osservare perchè non diventi qualcosa di “diverso” da ciò che dovrebbe essere. Il corpo diventa un accessorio proprio nel momento in cui il corpo viene giudicato a livello sociale, viene vissuto come faticoso e pieni di cambiamenti.

“Dentro me cosa c’è?” descrive anche un corpo, uno stomaco, una pettinatura… e tutto questo arricchisce la domanda iniziale e pone la domanda esistenziale del “sono io?” . Sono io quel corpo che cambia, quel taglio di capelli, quel vestito che mi sta in quel modo, questi piedi che crescono, questo viso che cambia…

Il corpo fa parte del nostro modo di conoscere noi stessi e ciò che ci sta attorno, ma se considero il corpo solo come qualcosa da giudicare, da riempire o da svuotare, come posso riconoscerlo strumento di conoscenza fondamentale per la mia persona?

Iniziamo a mostrare e descrivere come il nostro corpo ci aiuta nelle azioni quotidiane , anzi sia fondamentale indipendentemente dall’essere magro o grasso, lungo o corto, con o senza una disabilità, ma iniziare a descrivere il proprio corpo senza giudizio.

noi siamo tante cose…non cerchiamo di semplificarlo!

Spesso cerchiamo di incasellare i bambini e i ragazzi in poche parole o in poche azioni, dimenticandoci che tutti noi siamo tante cose insieme, che sono i momenti diversi che ci caratterizzano e che oltre alle etichette, siamo anche una serie di scelte, di passioni, di valori, sin da piccoli.

Abituare alla complessità, all’esperienza delle molteplici risposte, aiuta a comprendere che ci possono essere varie soluzioni, che ci possono essere più comportamenti adeguati in un solo contesto. Permette di fondere senza giudizio più emozioni diverse, più pensieri diversi a volte anche contrapposte fra loro.

Unǝ bambinǝ può provare estrema gioia a casa ed estrema tristezza in un altro contesto, è sempre lǝ stessǝ bambinǝ ma, non dobbiamo pensarlo solo come felice o triste; è un insieme di tutte queste emozioni e sensazioni.

Dentro me cosa c’è?… un’infinità di cose, questo albo illustrato ci permette proprio di comprenderle tutte. Buona esplorazione di complessità a tuttiǝ voi!

per saperne di più

Per capire ancora meglio cosa si intende per fattori protettivi puoi leggere questo articolo dell’UNICEF https://www.unicef.it/diritti-bambini-italia/salute/salute-mentale/

Perché parlare di fiducia in sé stessi “self confidence” e non di autostima

Pixabay

Il termine autostima è sempre fra le parole più usate, e abusate, quando una persona non si percepisce “abbastanza bravǝ” per fare qualcosa. Si parla di percorsi per “aumentare l’autostima”, corsi per “insegnare l’autostima”, ma siamo davvero sicuri che sia il percorso giusto per farlo? Siamo sicuri che per aiutare unǝ bambinǝ o unǝ ragazziǝ abbiamo bisogno di aumentare un valore numerico che lui o lei vuole darsi? Ecco io vorrei iniziare a parlare di : fiducia in sé stessi.

la fiducia in sé stessi non si insegna ma si sperimenta

Primo punto fondamentale: non si insegna in 10 sedute l’autostima; “è infatti difficile accrescere l’autostima di un individuo, poiché è stato dimostrato come essa è altamente resistente al cambiamento” (Swann, 1996). Quindi capite che se è resistente al cambiamento, allora non la posso “insegnare”, non si modifica con alcuni esercizi creati in modo specifico a tavolino.

Il concetto di “autostima” è un concetto multidimensionale, contiene la stima che ho di me e del mio corpo, di me nella mia famiglia, di me con i miei pari, di me nella mia vita scolastica o professionale. Questa particolarità sottende quanto si formi sin da bambini questo concetto…concetto però che è altamente giudicante. Pensate a unǝ bambinǝ che impara un nuovo gioco, sarà felice e si dirà che è un ottimǝ giocatore o giocatrice, che è migliore degli altri… questo però metterà gli altri in una situazione di inferiorità agli occhi del bambinǝ. Pensate se lo stessǝ bambinǝ un giorno perdesse allo stesso gioco, non sarà solo sfortuna o qualche errore commesso che ha stabilito il risultato… sarà la persona stessa a perdere il proprio valore e a valutarsi in modo negativo.

“Ti cerco ti trovo” ed. Camelozampa

Il concetto di autostima in questo modo intacca l’individualità della persona, fa sì che la persona stessa dia una “stima” numerica a ciò che fa e quello che fa, diventa quello che è. La persona diventa un giudizio, la persona diventa un numero da incasellare e perde il suo valore di complessità. Proprio per questo penso che il termine autostima, sia da sostituire, perchè al suo interno nasconde giudizi negativi verso di sé, e la minima possibilità di cambiamento.

alcune ricerche

Secondo le ricerche le situazioni in cui la ricerca di validazione di sé dipende da conferme altrui hanno costi personali particolarmente alti (Crocker, 2002; Pyszczynski, Greenberg e Goldenberg, 2002); in età adulta, l’autostima è costituita prevalentemente da giudizi e confronti con l’esterno (Coopersmith, 1967; Harter, 1999). L’autostima si basa moltissimo sul giudizio degli altri, su come mi vedono, sul giudizio che mi danno, sulle caratteristiche che gli altri vedono in me (Cooley, 1902, 1956; Mead, 1934). Il confronto sociale è quindi fattore determinante aggiuntivo nell’autostima (Aspinwall e Taylor, 1993; Beach e Tesser, 1995; Buunk, 1998; Deci e Ryan, 1995; Suls e Wills, 1991). Insomma oltre ai giudizi individuai che costruisco personalmente nell’arco di vita, si aggiungono anche tutti i giudizi sociali per cui sappiamo che spesso creano pregiudizi che se interiorizzati, diventano un freno per la persona e possono poi diventare stigmatizzanti ( ne avevo parlato qui https://www.serenaneri.it/pregiudizi-sulla-salute-mentale/).

Con questo primo punto per cui si sperimenta ogni giorno la crescita personale, penso davvero sia necessario parlare di fiducia in sé stessi “self confidence” e non di autostima

parlare di fiducia in sé stessi “self confidence” e non di autostima

Se parliamo di fiducia in sé stessi intendiamo sempre un costrutto formato da più aspetti, ma leggete la differenza fra prima (quanto sono bravo nel gioco, quanto valgo come studentǝ, …) e ora:

Quanta fiducia ho delle mie emozioni? Riesco a riconferme e gestirle? Quanta fiducia ho nelle mie abilità? Penso di riuscire a superare un errore, qualcosa che non va come pensavo? Ho fiducia nella mia capacità di risolvere i problemi che incontro ogni giorno?

La self confidence, è molto di più del termine autostima, è un ragionamento attivo, è metacognitivo (devo pensare al modo in cui io affronto le cose ogni giorno), è un processo che non dà una stima numerica, ma aiuta nel crearsi un dialogo interno attivo, positivo e non giudicante!

nella pratica…
parlare di fiducia in sé stessi “self confidence” e non di autostima
  • Riconosci e sottolinea i tuoi punti di forza.
  • Premiati e lodati per i tuoi sforzi e progressi, durante tutto il percorso, non solo per il tuo risultato finale!
  • Quando fai un errore, tratta te stessǝ con gentilezza, non soffermarti solo sul fallimento.
  • Stabilisci obiettivi realistici e raggiungibili. Non aspettarti la perfezione; è impossibile essere perfetti in ogni aspetto della vita.
  • Pensa alle tue capacità prima di iniziare un qualsiasi compito.
  • Esprimi i tuoi sentimenti e bisogni

Pensate se fin da bambinǝ riuscissimo a capire di rivolgerci a noi stessiǝ in modo gentile (non dire “sei stupidǝ” ma “questa volta non ho fatto un buon compito, la prossima volta farò più attenzione durante lo studio”), se iniziassimo a dire ai bambinǝ non solo bravǝ per il risultato finale, ma per il processo che lo ha condotto lì (hai avuto pazienza quando il colore non andava, hai rispetto in modo gentile al compagno, hai fatto una pausa quando sentivi la rabbia crescere…). Si iniziassimo a prendere confidenza con i nostri limiti, con il fatto che va bene anche non sapere fare delle cose, va bene se non siamo i più bravǝ a correre o a leggere o a socializzare, sono dei limiti che posso voler modificare o accettare per quello che sono, perchè io resto io, anche se non faccio sport o se non ho i voti migliori.

Notate come tutte queste attenzioni rendono la fiducia in se stessi una chiave fondamentale per lo sviluppo della persona? Per questo è importante parlare di fiducia in sé stessi “self confidence” e non di autostima.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

“La self- compassion: il potere di essere gentili con se stessi” Kristin Neff

“Il self handicapping. Strategia di presentazione di sé” Mazzoleni, Pedroni

“The Self-Compassion Workbook for Teens: Mindfulness and Compassion Skills to Overcome Self-Criticism and Embrace Who You Are” di Karen Bluth e Kristin Neff 

https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/13576500444000317

https://journals.francoangeli.it/index.php/modelli-mente-oa/article/view/3442

PREGIUDIZI SULLA SALUTE MENTALE DI BAMBINI E RAGAZZI

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Quando parliamo di salute mentale tendiamo a parlarne in modo sbrigativo e semplicistico e a dire che “stiamo bene perchè non abbiamo nessuna malattia mentale”…ma in realtà diciamo così perchè ci hanno educato, e ci hanno spiegato, che si sta bene, quando non c’è nessuna malattia; ci hanno spiegato che se ci impegniamo e ci sforziamo, tutto andrà bene e noi staremo bene.

Ci hanno educato al controllo della nostra salute mentale e non ad osservarci. Questo fa parte dei pregiudizi presenti nella nostra società sulla salute mentale.

Allora partiamo da qui: la salute mentale è un processo continuo di equilibrio che oscilla dalla malattia alla completa salute e cambia costantemente nell’arco di una giornata e nel corso di tutta la nostra vita.

Stare in equilibrio significa capire ciò che pensiamo, ciò che proviamo e metterlo dentro all’ambiente in cui si troviamo per sentirci soddisfatti, consapevoli e capaci di poter affrontare la vita di tutti i giorni.

Parlare di salute mentale non è solo una questione da adulti e per gli adulti, deve anche essere una priorità per bambini e ragazzi perchè possano trovare attorno a loro tanti adulti capaci di parlare loro in modo normale di salute mentale; per fare questo occorre superare qualche pregiudizio partendo proprio dagli adulti.

cosa significa avere problemi di salute mentale?

Nell’immaginario comune, e quindi anche per i bambini e i ragazzi, chi ha “problemi di salute mentale” è uno strano, pazzo, imprevedibile, bizzarro, fuori di sé… questa è la narrazione che abbiamo sentito, e spesso ancora sentiamo quando parliamo di salute mentale. Ma è anche la narrazione che spesso vediamo in film e serie tv, che leggiamo sui libri e che troviamo sui giornali; ma la salute mentale parte dal concetto di equilibrio della persona fra se e l’ambiente che lo circonda, e tutti noi siamo persone dentro un ambiente, tutti noi abbiamo momenti in cui l’ambiente risulta più difficile da comprendere e momenti in cui invece ci troviamo bene.

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Pensiamo quindi a un bambino, può avere luoghi e persone che lo fanno sentire accolto, benvoluto, intelligente… e luoghi che invece lo fanno sentire di troppo, non accettato, inadeguato e questo causa sofferenza, causa tristezza, iniziamo a porsi delle domande “perchè? cosa ho sbagliato? Cosa posso fare per cambiare questa situazione!”, oppure non ci si pone delle domande specifiche ma  si agisce e si cerca di trovare dei comportamenti e delle azioni che portano a non sentire questa sofferenza o frustrazione. Ecco quando mostriamo ai bambini il loro sentire, i loro comportamenti, le differenze che provano fra una cosa che riesce facilmente e una che invece causa qualche difficoltò ci stiamo occupando della loro salute mentale.

Non la trovate una cosa estremamente normale?!?!

Esistono anche bambini e ragazzi però, che faticano a fermarsi in un punto di equilibrio e che possono presentare delle difficoltà maggiori, sia per motivi ambientali o fattori di rischio ( ambiente, traumi, cambiamenti…) sia perchè possono avere una difficoltà neuro biologica e presentare disturbi come difficoltà emotive, attentive o comportamentali.

In questi casi è molto importante non dare un giudizio o cercare un colpevole per ciò che è accaduto, è molto più importante invece capire a chi rivolgersi e quali sono i percorsi migliori da seguire per tornare… in equilibrio.

Qui trovate la descrizione della mia figura professionale Il tecnico della riabilitazione psichiatrica https://www.serenaneri.it/il-tecnico-della-riabilitazione-psichiatrica-in-eta-evolutiva/

ma non è troppo presto per parlarne con i bambini o per iniziare un percorso?

Questa è una delle domande che sento più di frequente. Perché abbiamo paura di parlare di pensieri ed emozioni ai bambini? Forse non le provano?

Certo che provano emozioni e pensano, cambia il modo in cui possono essere consapevoli dei loro pensieri, ma poterli accompagnare in questi processi, li renderà più flessibili e sicuri di sé. Il lavoro che viene svolto con i bambini su questi ambiti, viene affrontato attraverso i giochi, le storie, l’ascolto, la creazione di oggetti o la condivisione di parole.

Il pregiudizio in questo caso è rispetto la non conoscenza di quelle che sono le tecniche riabilitative possibili e attuabili con i bambini e ragazzi ( ne trovi alcune qui https://www.serenaneri.it/category/tecniche-riabilitative/)

si parla troppo di salute mentale!… o se ne parla male?!?

Questa frase è una verità, ma anche un pregiudizio! In questo periodo storico, specie sui social, si parla molto di salute mentale, ma si usa come se fosse uno slogan, qualcosa che serve per ingaggiare più persone… manca però la reale conoscenza di ciò che è!

La salute mentale, e la sua assenza, si ripercuote non solo sulla persona che la vive, ma anche sulla sua famiglia, le persone a lei care, tutti noi come società. (qui alcuni dati in breve relativi al 2019 https://oggiscienza.it/2019/12/05/costi-assistenza-psichiatrica/index.html).

Non è solo importante parlare di salute mentale ma è il modo in cui farlo che fa davvero la differenza. Su questo punto ho ragionato proprio questa mattina in una scuola in cui ho svolto un intervento sulla salute mentale e sui costi che ne derivano per la società. I ragazzi e le ragazze presenti hanno dichiarato la loro poca conoscenza in merito perchè nessuno ne parla, non si arriva nei luoghi in cui loro si trovano, e quello che vedono lo giudicano banale..non è ciò che sentono e vivono.

Per iniziare ripropongo alcuni libri utili per capire la propria mente, e a togliere qualche pregiudizio sulla salute mentale di bambini e ragazzi

https://www.serenaneri.it/salute-mentale-libri-divulgativi-che-parlano-ai-ragazzi/

Aiutare bambini e ragazzi ad avere un’immagine positiva del proprio corpo

Fare prevenzione per la salute mentale, significa anche aiutare i bambini e i ragazzi ad avere un’immagine positiva del proprio corpo. Significa iniziare a mostrare, a far vedere, non solo un modello definito di corpo, ma mostrarne molti, tanti quanti se ne trovano nella realtà. Avevo già parlato di questi temi che potete trovare qui https://www.serenaneri.it/category/prevenzione/ . In questo articolo cerco di spiegare in modo chiaro e specifico il concetto di immagine corporea nei bambini e nelle bambine.

che cosa si intende con immagine corporea
tratto da “All bodies are good bodies” di Charlotte Barkla e Erika Sarcedo

Per immagine corporea si intende il modo in cui sentiamo e pensiamo il nostro corpo, ha a che fare con: la grandezza, forma, vestiti, e per le persone con disabilità anche con gli strumenti che servono e sono per loro un aiuto (sedia a rotelle, apparecchio acustico, protesi).

Su questo ultimo punto è davvero importante soffermarsi: spesso non si tiene in considerazione l’aspetto della percezione del proprio corpo per le persone disabili, si pensa che siano strumenti “che servono” e che quindi non vengano mentallizzati e pensati come parti del proprio corpo. Sono invece aspetti importanti di cui tenere conto, soprattutto nei bambini che spesso, proprio in questa fascia di età, iniziano ad utilizzare questi aiuti per il loro corpo.

La propria immagine corporea viene influenzata dalla società, dalla famiglia, dai social, dalla tv, dai libri, dai commenti delle persone; per questo è un elemento estremamente dinamico e necessario per sviluppare una buona idea di sé, e per migliorare anche la propria autostima.

perchè parlare di immagine corporea con i bambini?

L’immagine corporea nelle bambine e nei bambini, è uno dei fattori di rischio che possono causare possibili disturbi mentali in adolescenza e in età adulta. Persone con un’immagine negativa del proprio corpo rischiano non solo di sviluppare disturbi alimentari, ma anche di aumentare i livelli di ansia, stress e quindi hanno maggiori probabilità di sviluppare disturbi depressivi.

Avere un’immagine positiva del proprio corpo può diventare un fattore protettivo per evitare disturbi mentali gravi, ma anche disturbi temporanei, che però possono influire sulla socialità ( ansia sociale, disturbi alimentari).

cosa significa avere un’immagine del proprio corpo positiva
faceless people scolding discontent black girl
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Pensate a un bambino o a una bambina, che pensa di essere grassa o grasso, che pensa di essere mal vestita o mal vestito, un bambinə che pensa di non poter giocare perchè il suo corpo è diverso dalla maggior parte dei corpi che vede intorno a sé. Pensate a un bambinə che pensa continuamente allo spazio che occupa, o si preoccupa di ciò che gli altri potrebbero dire sul suo corpo… come si sentirebbe? E voi come vi sentireste?

Le emozioni che emergono sarebbero, probabilmente, di tristezza, rabbia, ansia, inadeguatezza. Avremmo voglia di nasconderci, di evitare quella cosa, saremmo sempre in ansia per capire come gestire questa difficile situazione. Ecco perchè abbiamo bisogno di sviluppare il più possibile un’immagine positiva del nostro corpo, ecco cosa significa:

  • essere felici del proprio corpo per ciò che è
  • sentirsi a proprio agio con il proprio corpo
  • essere soddisfatti di come ci vediamo
  • essere consapevoli che “il corpo perfetto” non esiste
  • riconoscere che ciò che sono come persona è più importante di come appaio
  • non lasciare che l’apparenza detti le leggi della mia vita
  • essere consapevole che il benessere fisico del mio corpo è più importante di come appare
in che modo Aiutare bambini e ragazzi ad avere un’immagine positiva del proprio corpo

Uno dei primi passi per raggiungere questi obiettivi, è quello di evitare ogni forma di giudizio. È importante che gli adulti siano di esempio e non commento i corpi di altre persone per strade, che si sottolinei la capacità di fare qualcosa o di caratteristiche personali, rispetto al corpo ( ad esempio è meglio dire “ti sei impegnato moltissimo in questo compito” piuttosto che “ha un corpo davvero perfetto per fare questo sport”).

I bambini devono sapere che nessuno ha il diritto di dire loro chi dovrebbero essere o come dovrebbero apparire, dobbiamo coltivare i loro punti di forza e la loro capacità di risolvere e superare le difficoltà, sottolinenando l’unicità di ognuno e ognuna.

Il corpo deve essere descritto non solo in termini di bellezza, ma anche rispetto a tutto ciò che di comune e quotidiano riesce a svolgere, sottolineiamo quanto i bambini e le bambine hanno corso veloce, o hanno costruito grazie alle loro mani in modo preciso. Mostriamo ciò di cui il nostro corpo è capace, non solo perchè è atletico o allenato, ma perchè è un corpo creato per il movimento. La cura del corpo non deve passare solo come un fattore estetico, ma come un momento di benessere con se stessi; la cura del proprio corpo non è attraverso i trucchi o le feste a tema spa, la cura del nostro corpo è essere consapevoli della piacevolezza di una doccia calda, del profumo del dentifricio quando ci laviamo i denti… essere consapevoli di ciò che il nostro corpo sa fare significa mostrare a noi stessi il nostro corpo per quello che è realmente.

“I am enough” di Grace Byers

Le immagini creano i miei pensieri: come i corpi delle persone vengono disegnati

“Bodies are cool” di Tyler Feder

I libri per bambini e ragazzi, i cartoni animati televisivi, sono pieni di disegni. A volte sono disegni bellissimi e curati, altre volte invece sono abbozzati e stereotipati. Ma c’è sempre una cosa che manca: la rappresentazione reale dei corpi! Perchè è importante parlarne? Perchè le immagini creano i mie pensieri.

In questo articolo vedremo alcuni stereotipi sul corpo dei bambini e delle bambine, e come questo influisca la mentalizzazione, cioè l’abilità di considerare le intenzioni e gli stati mentali dell’altro e di come i nostri comportamenti influiscano sugli altri.

gli stereotipi sui corpi grassi deə bambinə

Qualche giorno fa ho provato a fare una ricerca su Google digitando solo le parole “bambino grasso” e l’immagine che vedete sotto rappresenta il risultato ottenuto. I bambini grassi sono già stigmatizzati nonostante “grasso” sia solo un termine descrittivo del proprio corpo. Ma anche se leggiamo la definizione del dizionario: “agg. e s. m. [lat. crassus, grassus]. – 1. agg. a. Di persona o animale che, per effetto di una troppo ricca alimentazione, o talora per qualche disfunzione organica, ha il tessuto adiposo abbondante“.

Quindi nella definizione si trova già il motivo che determina la forma del corpo di una persona, di conseguenza questo vale anche per i bambinə e ragazzə. Il termine “grassograssa” porta con se una serie di pregiudizi costruiti su una società che non accetta che ci siano corpi diversi dall’ideale di bellezza proposto (ne avevo parlato anche qui https://www.serenaneri.it/pssst-i-pensieri-segreti-di-viola-e-il-suo-corpo/ ). Quindi secondo la nostra società e le ricerche che vengono fatte maggiormente su Google i bambini e le bambine grasse: mangiano e bevono sempre, non fanno attività fisica, sono lentə e pigrə. Queste stereotipi sono presenti nel modo in cui parliamo, nel modo in cui ci rapportiamo agli altri e anche come i corpi delle persone vengono disegnati.

gli studi scientifici: ovvero non mi sono inventata niente di nuovo
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Perchè partire dagli studi scientifici? Perchè ci permettono di capire quanto il fenomeno sia importante, esteso e concreto sulla vita di bambinə e ragazzə.

I bambinə vivono nella società e per questo assorbono anche le categorizzazione che gli adulti propongono, secondo la Teoria Socio-cognitiva di Aboud (1988, 2003) “l’intensità degli stereotipi e degli atteggiamenti negativi dei bambini verso i membri del gruppo socialmente svalutati cambia con l’età, in linea con il loro sviluppo cognitivo“( https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5397522/). Questo significa che essere in sovrappeso o obesi nella nostra società è una delle condizioni socialmente più svalutate e stigmatizzate tra i bambini. Questo comporta che i bambini in sovrappeso e obesi abbiano maggiori probabilità di essere svalutati personalmente e socialmente rispetto ai loro coetanei con un corpo conforme. Nello studio del link che trovate sopra, hanno riscontrato che già dai 2 anni i bambini iniziano a creare uno stigma contro il corpo grasso, e che con l’avanzare dell’età, sono cresciuti sempre di più i comportamenti che allontano i bambini normopeso dai bambini grassi. Tra i 5 e gli 8 anni inizia a diminuire la probabilità di associare l’immagine di un corpo grasso alle abilità atletiche, artistiche e sociali.

Questo studi assieme ad altri (Holub, 2008; Kornilaki, 2015) hanno dimostrato come la percezione corretta del proprio corpo da parte dei bambinə grassə aiuterebbe nella socializzazione nel gruppo dei pari. Questo però accade raramente perchè il fenomeno sociale è così forte e radicato, da non permettere un cambiamento reale in questa percezione.

…e arriviamo alla rappresentazione dei corpi…

Come possiamo aumentare la consapevolezza di un corpo grasso senza i pregiudizi che ne derivano? Abbiamo bisogno di cambiare il modo in cui la società e le persone, percepiscono i corpi. Questo può iniziare dalle immagini presenti in libri, giornali, cartoni animati.

Nel libro “Bodies are cool” (disponibile solo in inglese ma traducibilissimo per leggerlo ai bambini) sono presenti corpi diversi: per età, colore, forma, disabilità, occhi, pelle, presenza di peli, smagliature, cicatrici….

Mostrare immagini così ricche della diversità che troviamo nella realtà, permette a tutti di sentirsi rappresentati. Permette di sentirsi capaci, permette di avere la possibilità di dire “questa bambina assomiglia a me!… guarda anche lui ha una cicatrice”.

E anche su questo ci aiuta un articolo scientifico https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18089260/ che dimostra come l’esposizione maggiore a esempi e modelli in cui la persona grassa è sempre definita come pigra, brutta, incapace, incida sulla percezione e sul giudizio che darò a una persona grassa nella vita reale.

capire cosa c’è nella mente altrui
neon signage
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Queste rappresentazioni, costanti, continue e sempre uguali, incidono sul tipo di pensiero che abbiamo degli altri, quello di cui parlavo all’inizio: la mentalizzazione. Questa abilità mi permette di comprendere i pensieri e le emozioni dell’altro, ma viene modificata quando i pregiudizi che ho sono così forti, da pensare in modo unico che “quella persona può essere solo in quel modo”… è la base dello stigma. Se fin da piccoli riceviamo un solo modello, una sola possibilità di pensiero, siamo portati a non vedere più l’altro per l’individuo che è, ma solo per ciò che noi, erroneamente, pensiamo possa essere.

quindi: serve prevenzione!
  • Avere la possibilità di avere immagini reali, varie, rappresentative di corpi diversi fra loro, ma uguali a ciò che vedo nel mondo ( case editrici di libri scolastici dico anche a voi!)
  • Spiegare da dove derivano certi stereotipi, perchè siamo portati a pensare che una persona grassa sia pigra o svogliata, aiutare a comprendere la società in cui viviamo
  • Sin da piccoli motivare e incentivare al disegno vero del proprio corpo, non è sempre magro, non ho sempre le gambe lunghe e la vita sottile, e non è detto che quel canone rappresenti sempre la bellezza!
  • Vedere il proprio corpo, toccarlo, ascoltarlo e non solo giudicarlo o confrontarlo
  • iniziare a parlare sul luogo di lavoro, nelle scuole (come vorrei che questo articolo entrasse in tantissime scuole!), con gli amici di queste tematiche e creare informazione

“Bodies are cool” di Tyler Feder

“Hidden Valley Road” una famiglia per parlare di prevenzione psichiatrica

la storia
“Hidden Valley Road” ed. Feltrinelli

Questo libro parla della storia della famiglia Galvin: Don e Mimi sono genitori di 12 figli (10 maschi e 2 femmine) vissuti dagli anni ’40 ad oggi in USA. Appena ho iniziato a leggere “Hidden Valley Road” ho pensato che è un libro perfetto per parlare di prevenzione psichiatrica.

La famiglia Galvin non è ritenuta speciale solo per i 12 figli, ma per il fatto che di questi 12 figli, a 6 è stata diagnostica la schizofrenia, o in tempi successivi un altro disturbo mentale (psicosi, disturbi schizoaffettivo). La famiglia Galvin è stata una delle famiglie grazie alla quale la Dottoressa Lynn Delisi e il Dottor Robert Freedman, hanno potuto studiare le basi genetiche della schizofrenia (qui trovate un nuovo studio italiano che si basa su questi studi https://www.jpsychopathol.it/wp-content/uploads/2015/08/Olgiati1.pdf ).

Il libro sembra in parte romanzo e in parte diario di cronaca, alterna la storia della famiglia Galvin, con le ricerche scientifiche attive in America e nel mondo, sulla schizofrenia. Ma ci sono alcuni temi che penso siano affrontati in modo davvero esaustivo nel libro e che aprono alcune considerazioni e domande anche a noi oggi.


Tratto dal libro

Ma i Galvin non sono mai stati una famiglia come le altre. Negli anni in cui Donald diventava il primo e più evidente caso, altri cinque fratelli stavano silenziosamente crollando. C’era Peter, il figlio più piccolo e il ribelle di famiglia, ossessivo e violento, che per anni avrebbe rifiutato ogni aiuto. E Matthew, un ceramista di talento che, quando non era convinto di essere Paul McCartney, credeva che il sole lo seguisse ovunque. Poi c’era Joseph, il più mite e riflessivo dei ragazzi malati, che sentiva delle voci da epoche e luoghi diversi, voci per lui reali come la vita stessa. E c’era Jim, il secondogenito anticonformista e acerrimo nemico di Donald, che si sarebbe rivalso sui membri più indifesi della famiglia, soprattutto Mary e Margaret. Infine c’era Brian, il perfetto Brian, la rockstar di famiglia, che teneva nascoste a tutti le sue paure più profonde e che in un imperscrutabile, plateale atto di violenza avrebbe cambiato le loro vite per sempre.

Kolker, Robert. Hidden Valley Road (Italian Edition) (pp.12-13). Feltrinelli Editore.


SALUTE MENTALE è FEMMINISMO

Partiamo dalla questione “Madre“. Sì perchè la madre da sempre svolge il ruolo di capro espiatorio per ogni patologia psichiatrica. In questo caso ci rifacciamo alla teoria, decisamente molto in voga nel ‘900, della madre “schizofrenogena“. Secondo questa teoria ( ma sarebbe meglio dire idea) i figli diventano schizofrenici per colpa della madre che risulta o troppo ansiosa e attaccata ai figli, o troppo distante e anafettiva. Il ruolo sociale di “madre”, diventava per una donna, anche l’accusa senza possibilità di difesa, per ogni disturbo mentale dei propri figli. Essere madre portava già al suo interno il pregiudizio sistemico, secondo cui ogni disturbo, malattia, devianza dalla società o dalla normalità, fosse colpa di un errata, ma mai sostenuta, genitorialità materna.

Foto Della Famiglia Galvin. “Hidden valley road” una famiglia per parlare di prevenzione psichiatrica

Già nel 1940 Fromm-Reichmann aveva lanciato l’allarme contro “la pericolosa influenza della madre tirannica sullo sviluppo dei figli”, definendo simili madri “il principale problema delle famiglie”. Otto anni dopo, lo stesso anno in cui Joanne Greenberg divenne sua paziente, Fromm-Reichmann coniò un termine che sarebbe stato affibbiato alle donne come Mimi Galvin per decenni: quello di madre schizofrenogena. Era “soprattutto” una madre di questo genere, scriveva, la responsabile del “grave snaturamento e senso di rifiuto iniziali” che rendevano un paziente di schizofrenia “terribilmente diffidente e risentito nei confronti delle altre persone”. Fromm-Reichmann non era di certo la prima psicanalista a incolpare la madre di qualcosa.

Kolker, Robert. Hidden Valley Road (Italian Edition) (pp.72-73). Feltrinelli Editore.


Tutta colpa delle madri: medical bias e pregiudizio implicito

La salute mentale è ed è stata fortemente influenzata, da teorie che incolpavano le donne ( sia per la schizofrenia, che per l’autismo e in generale ogni disturbo del neurosviluppo ).

Per decenni il padre non è mai stato considerato un elemento di crescita, capace di influenzare i comportamenti, le emozioni e la salute mentale dei propri figli.

Le prime teorie sulla madre schizofrenogena erano date solo da supposizioni, idee, osservazioni spesso legati a bias (cioè errori cognitivi) per cui vedevano solo ciò che volevano vedere per confermare la propria teoria.

Mimi Galvin: hidden valley road una famiglia per parlare di prevenzione psichiatrica

Nel libro trovate spiegato in modo esplicito come NON VI SIANO STATI studi scientifici per confermare queste teorie. Mimi, la madre dei ragazzi, ad ogni incontro con medici e psichiatri sentiva solo accuse nei suoi confronti: lei era la causa di tutti quei figli schizofrenici.

Questo l’ha portata a non fidarsi dei medici, a nascondere la realtà vissuta dai propri figli e ad affidarsi a sedicenti guaritori, che però non l’avrebbero accusata di essere una pessima madre.

Questo accadeva a metà del secolo scorso ed ha influenzato moltissimo l’idea della malattia mentale : non è prevedibile, è pericolosa, non è curabile ed è tutta colpa delle madri.

Dire che la salute mentale è femminismo, significa comprendere quanto i ruoli sociali, le identità prestabilite dalla società, influenzano il modo in cui vediamo una donna e il ruolo che ricopre. In tutto il libro nessuno chiede in modo esplicito a Mimi se aveva subito traumi (emergono alla fine su richiesta di una figlia), se avesse bisogno di aiuto per gestire quei 12 figli, o semplicemente cosa voleva.

Sicuramente la descrizione che ne emerge sembra avvallare la teoria della madre schizofrenogena: Mimi è sempre rigida, decisa, incapace all’ascolto, pronta a criticare i figli o a snocciolare frasi fatti come insegnamenti personali. Questo non è altro che il risultato ambientale sociale in cui Mimi incarna la donna americana della sua epoca. Mimi si annienta per lasciare al marito il lavoro dei suoi sogni, si azzera per poi addossare ai figli i suoi desideri mai realizzati (musica e balletto) Mimi diventa la donna che tutti si aspettano ma nessuno, si cura della sua salute mentale.

femminismo e prevenzione

Fare prevenzione significa osservare la società e le richieste che una determinata società impone alle donne, significa vedere tutto l’insieme per poter offrire un insieme di proposte utili per sostenere la salute mentale delle donne madri.

Ad esempio: sostegno alla genitorialità, consapevolezza dei propri desideri e delle imposizioni, spazi di sostegno psicologico ed ascolto. Se Mimi avesse potuto avere anche solo una parte di questi servizi, forse avrebbe potuto aiutare meglio se stessa e i suoi figli, forse si sarebbe sentita ascoltata e non colpevole.

prevenzione, adolescenza: fattori di rischio e fattori protettivi

Ognuno di loro fece esperienza della malattia in maniera diversa: Donald, Jim, Brian, Joseph, Matthew e Peter soffrirono ognuno di sintomi differenti, richiesero trattamenti diversi e una varietà di diagnosi mutevoli, e generarono teorie contrastanti sulla natura della schizofrenia.

I 6 fratelli che ricevono e vivono una diagnosi psichiatrica, vedono l’insorgere dei sintomi durante l’adolescenza. Ognuno in modo diverso, ma tutti hanno in comune una forte aggressività: “Poi i giochi cambiavano. Donald colpiva i suoi fratelli sulle braccia, dritto sul muscolo, dove faceva più male. E poi cominciò a organizzare combattimenti. Michael contro Richard, Richard contro Joseph. Diceva a due fratelli di tener fermo un terzo mentre gli tirava delle sventole, poi li obbligava a fare altrettanto, a turno, contro il fratello indifeso e prigioniero. L’ordine, per alcuni dei suoi fratelli più piccoli, era indimenticabile: “Se non lo picchiate, e con forza, i prossimi sarete voi”.

Leggendo le abitudini presenti in questa famiglia, si legge ancora una volta il desiderio di rispettare la convenzione sociale ma non di fermarsi a parlare e ascoltare l’altro. Vengono descritti giochi fisici e violenti, abusi sessuali che i fratelli maggiori compivano sui minori, e questo non a causa della malattia, ma a causa di una assente educazione ( trovate qui un ottimo approfondimento di Annalisa Falcone, pedagogista femminista esperta in questo ambito, https://annalisafalcone.it/2021/04/08/come-insegniamo-involontariamente-la-cultura-dello-stupro-a-bambinə-e-adolescenti/ ).

Dal libro si evince una determinazione biologica alla schizofrenia, ma studi recenti hanno evidenziato quanto la prevenzione sociale, emotiva e culturale, siano fondamentali per migliorare l’eventuale decorso della schizofrenia, e la ricoveri successiva.

le relazioni: fattori di rischio o fattori protettivi?

Una migliore consapevolezza di sé, delle proprie emozioni, la capacità di dire ciò che si pensa e si prova, di affermare la propria volontà in modo positivo, sicuramente avrebbe influito sulle violenze effettuate e subito. Nessun dei ragazzi ne parla se non da adulto, questo perchè sapevano di essere in un contesto sociale e famigliare in cui la loro voce non sarebbe stata ascoltata. Sapevano che sarebbero stati etichettati come “femminucce… lamentosi…vili” sapevano che sarebbero usciti dagli schemi sociali imposti.

Nessun professionista dell’epoca era riuscito a valutare eventuali fattori di rischio e di protezione, non si hanno informazioni sulle loro relazioni all’esterno della famiglia o a scuola, se non legate ai voti presi o all’essere esclusi dopo l’esordio della schizofrenia. O meglio leggiamo dai dati quanto le attività performative, fossero decisamente più importanti di quelle relazionali!

la salute mentale è politica
dry branches on brown paper with text
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I ricchi hanno queste opportunità e i poveri no,” disse Lindsay. “Vedere questo ragazzino cambiare rotta e riuscire a farcela… be’, avrebbe potuto benissimo andare diversamente. Credo sinceramente che se i miei fratelli avessero avuto occasione di fare qualcosa del genere, forse non si sarebbero ammalati così.

Queste sono le parole con cui Lindsay, la piccola Mary, che decide di cambiare il proprio nome da ragazza, per fuggire a ciò che ha vissuto. Parla di suo figlio, che ha fatto seguire sin da bambino per il timore che un gene della schizofrenia, rendesse anche lui, irriconoscibile come i suo fratelli.

Il figlio riesce a imparare a gestire le proprie emozioni, a riconoscerle e a vivere assieme alle sue fragilità…ma, non tutti possono permetterselo. Lindsay, diventa una donna benestante grazie al suo lavoro, questo le permette le migliori cure, ma significa anche che molti altri non potranno avere le stesse cure. Significa che la prevenzione non è per tutti e che quindi la politica deve occuparsene.

conclusioni

Questo articolo è decisamente più lungo degli altri, e se siete arrivati fino a qui meritate una conclusione davvero degna di questo nome. I temi trattati in questo libro sono davvero tantissimi, vanno dall’educazione alla sociologia alla psichiatria, parla di farmacologia, di politica e di religione. È difficile racchiudere tutto in un articolo, ma anche solo iniziare alcune riflessioni su questi punti, collegarle alla nostra realtà italiana del 2022, ci può far capire quanto si è fatto e quanto ancora ci sia da fare, quanto la storia di una famiglia così fuori dagli schemi, sia una corretta metafora per ogni società, piccola o grande che sia.

PER APPROFONDIRE

“Mi vedete?”: un cortometraggio per parlare di depressione in adolescenza

“Mi vedete?” cortometraggio sulla depressione in adolescenza, presentato al Giffoni Innovation Hub

Parlare di depressione in adolescenza, porta al suo interno una serie di pregiudizi che vediamo tutti espressi in questo cortometraggio:

è solo un adolescente….non è depressa quindi non è pazza come tua madre…puoi fare qualcosa, smettila di comportarti così!” ciò che si tende a pensare spesso, quasi sempre, è l’idea che in adolescenza non si possa e non di debba essere depressi!

Questo dipende da alcuni retaggi storico sociali; dall’800 la depressione era dichiarata dai primi psicologi e psichiatri come uno stato di grande tristezza , specie nelle donne e la cui causa era legata a un trauma passato. Assieme a questa l’idea più poetica per cui la letteratura ci ha descritto autori e personaggi dei romanzi, depressi, ma sempre rigorosamente adulti e con traumi da superare.

Nel ‘900 la depressione inizia ad essere vista anche come un aspetto sociale, o meglio un derivato della società, in cui la parte economica la fa da padrone… e parliamo sempre e ancora una volta di adulti.

Tutti questi aspetti hanno permesso di interiorizzare l’idea errata che la depressione sia solo ed esclusivamente un disturbo degli adulti e che ha delle cause precise e condivise. Per cui “ti è permesso essere depresso se hai determinati motivi validi e condivisibili!”.

depressione in adolescenza

Questo cortometraggio spiega e mostra in modo evidente quanto invece, la depressione si un problema importante anche in adolescenza.

La depressione è un disturbo psichico in cui coesistono problemi biologici (calo di serotonina, dopamina e noradrenalina), personali e sociali (ambiente, livello di benessere economico, socialità…). Non sempre è reattivo, cioè causato da un evento principale come un trauma o un lutto, ma può essere causato da aspetti internalizzati come pensieri, idee ed emozioni svalutanti.

Osservare eventuali cambiamenti nei comportamenti dei ragazzi e delle ragazze, è già un primo punto di partenza per andare verso un cambiamento che permetta di sentirsi meglio.

Un errore comune è quello di pensare ai sintomi che vediamo, in ottica adulta, sminuendo di fatto la parte affettiva ed emotiva della persona. Ad esempio: “ma di cosa ti lamenti che hai tutto! Se sei depresso tu io cosa dovrei dire? Non ti manca niente! Se ti impegni vedrai che starai meglio!” . E sì, è molto probabile che tutti noi lo abbiamo detto o pensato almeno una volta nella nostra vita adulta.

non è l’eta che determina la sofferenza emotiva

Occorre mettersi nei panni dell’altro, percepire la sua sofferenza emotiva e non solo cercare oggettivamente un qualcosa a cui ricondurla, un vero e chiaro motivo che ti permetta di sentirti triste. Dobbiamo sentire la tristezza e non giustificarla. Siamo chiamati come adulti ad accogliere ciò che l ragazza o il ragazzo sente, prima che questa tristezza invada in modo totalizzante la vita di chi la subisce.

Nel cortometraggio possiamo vedere i genitori come figure opposte: la madre che nota e sente le difficoltà della figlia, e il padre che vorrebbe cancellare in modo rapido e veloce queste frivolezze adolescenziali…che sono però influenzate dalla presenza di una “nonna pazza”, che probabilmente è una donna che soffre di depressione. Questo ci riconduce agli stereotipi di cui avevo parlato qui https://www.serenaneri.it/la-vera-storia-della-strega-cattiva-pregiudizi-e-realta/

Entrambi si accorgono della sofferenza, quando la ragazza commette il gesto più visibile e concreto di tagliarsi e cercare di non sentire più il proprio dolore.

il dolore è reale, concreto, pesante e sembra invincibile

Questo è quello che ci porta a vedere il cortometraggio, la realtà del dolore, in cui ogni avvicinamento dell’altro sembra inutile. Un dolore che invade e pervade ogni aspetto della vita personale: scuola, famiglia, amicizie. Al termine del cortometraggio, la protagonista chiede di essere vista, lo chiede a nome di tutti gli altri e le altre adolescenti che soffrono e che spesso sentono sminuire il loro dolore. Hanno bisogno di essere ascoltati, accolti.

Ecco da cosa possiamo partire, tutti, non solo chi si occupa per lavoro di salute mentale. Come esistono sintomi visibili che possono farci capire che è in atto un infarto o un calo glicemico, abbiamo il dovere di conoscere anche i sintomi che possono rappresentare l’inizio di depressione in adolescenza. Conoscerli e vederli è il primo passo per poi poterci rivolgere a uno specialista.

Non occorre che tutti i sintomi siano tutti presenti, basta anche solo uno di questi per poter prevenire stati depressivi maggiori o gesti più estremi.

sintomi più comuni
  • Tristezza o disperazione
  • Irritabilità, rabbia, ostilità
  • Frequenti pianti
  • Distacco da amici e parenti
  • Perdita di interessi
  • Difficoltà a dormire, dorme di più o molto di meno, e cambiamenti nel comportamento alimentare (diminuzione o aumento dell’appetito)
  • Agitazione, difficoltà nel rimanere fermo, oppure al contrario rallentamento nei movimenti e nel pensiero ( più lento a rispondere, risolvere problemi quotidiani)
  • Senso di colpa, inutilità
  • Mancanza di entusiasmo e motivazione
  • Affaticamento, debolezza
  • Difficoltà di concentrazione
  • Pensieri di morte, idee suicidarie (l’idea della prevenzione è arrivare prima che questi emergano!)

In questo articolo de il Post, trovate alcuni suggerimenti anche in caso di idee suicidare https://www.ilpost.it/2018/06/10/cosa-fare-per-aiutare-persona-depressa-suicidio/

cosa sarebbe importante fare
Prevenzione

Sarebbe fondamentale sviluppare siti, applicazioni e canali social che possano aiutare i ragazzi a mettersi in contatto in modo rapido e immediato con professionisti in grado di aiutarli, linee di intervento capillari su tutto il paese, che possano dare prime indicazioni su come agire concretamente in caso di pensieri depressivi o pensieri estremi.

Per ora il Telefono Azzurro, resta la linea più presente e affidabile in caso si senta la necessità di parlare con qualcuno dei propri pensieri, puoi trovare qui tutte le informazioni https://azzurro.it/cosa-facciamo/

Il Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica (TeRP) in età evolutiva

Ogni volta che mi trovo a provare a descrivere la mia professione mi sembra sempre di usare parole molto difficili che non arrivano mai al punto centrale della situazione, cioè: spiegare la mia professione! Allora ci riprovo, sperando che questa volta la definizione sia chiara. Andiamo a conoscere chi è il il tecnico della riabilitazione psichiatrica in età evolutiva.

punto di partenza: chi è il tecnico della riabilitazione psichiatrica (teRP)

Partiamo dalle definizione più descrittiva, quella che potete trovare anche su internet: 

Il tecnico della riabilitazione psichiatrica è una professione sanitaria che si occupa di salute mentale nell’ambito della prevenzione, riabilitazione e ricerca. Lavoro durante tutto l’arco di vita occupandosi dei problemi legati alla salute mentale.”

Ecco ora arriviamo a uno dei problemi maggiori quando devo descrivere la professione, il nome stesso.

Tecnico: dal lat. technĭcus, gr. τεχνικός, der. di τέχνη «arte» (pl. m. -ci). – 1. agg. a. Relativo alle applicazioni e realizzazioni pratiche di un’arte, di una scienza o di una disciplina, di un’attività:  (Treccani). Ecco questo significato di possedere un’abilità unica e specifica grazie alla quale realizzo un’arte penso che calzi benissimo con il mio lavoro. Potreste chiedervi cosa centra l’arte, ma in effetti nel mio lavoro creo qualcosa con pochi strumenti: uso le parole per creare relazioni, attraverso le immagini creiamo storie, con i giochi creiamo nuove modalità di pensiero e strategie per imparare. È un arte molto difficile riuscire a creare relazioni che si prendono cura. I tecnici della riabilitazione psichiatrica imparano a farlo.

Riabilitazione: riconquistare abilità che si sono perdute a causa di una malattia o di un problema insorto nel corso della vita ( non vi metto la Treccani perchè dà una definizione lunghissima…). Interveniamo dopo che una malattia, o un disturbo, ha cambiato, tolto o peggiorato le abilità di una persona. Principalmente questi disturbi hanno a che fare con la sfera psichiatrica ( disturbi psicotici, dell’umore, disturbi del neurosviluppo in età evolutiva…). All’interno di questo aspetto rientrano anche aspetti abilitativi, cioè aiutare a raggiungere nuove abilità che non erano presenti in passato assieme ad aspetti preventivi, di cui vi avevo già parlato qui https://www.serenaneri.it/category/prevenzione/ .

Psichiatrica: che si occupa della psiche tenendo conto degli aspetti fisiologici ed anatomici. Ecco qui però mi sento di approfondire oltre l’etimologia della parola, di guardare il pregiudizio che sta al suo interno.

Il pregiudizio sul termine “psichiatrico”
il tecnico della riabilitazione psichiatrica in età evolutiva

Questo nome fa ancora molta paura, perchè il termine “psichiatrico”  porta con sé anni di paure legate ai malati mentali, pregiudizi sull’essere matto o matta, su strane equivalenze per cui se ti occupi di psichiatria hai a che fare con persone che perdono il controllo, persone che non trattengono i propri istinti più profondi.

Tutto questo si chiama pregiudizio e spesso causa stigma nelle persone che soffrono di disturbi psichiatrici, e uno degli obiettivi che si pone la nostra professione  è eliminare lo stigma legato alla malattia mentale avendo come obiettivo ultimo la salute mentale.

Ecco allora il mio lavoro, che si basa su teorie ed evidenze scientifiche, che ha a che fare con test standardizzati, (cioè i cui risultati ci dicono il modo in cui quella funzione o abilità è presente nella persona rispetto alla media generale). Lavoriamo anche con le parole, con la comunicazione, con le storie delle persone, con l’ascolto e con il tempo.

Il nostro lavoro come tecnici della riabilitazione psichiatrica, è estremamente pratico, osservativo e in cui la teoria si fonde con la pratica, in cui occorre agire dopo aver osservato e ascoltato. La pratica delinea la nostra professione in modo decisivo, soprattutto quando lavoriamo nel campo dell’età evolutiva che comprende bambini e ragazzi.

il Terp in età evolutiva: PERCHè LAVORARE CON BAMBINI E RAGAZZI?
il tecnico della riabilitazione psichiatrica in età evolutiva

Questa è la domanda che forse mi è stata fatta più spesso negli ultimi anni. Pare che la nostra figura professionale possa intervenire solo in contesti di gravità e in età adulta, e penso ci sia ancora molto da fare in termini di ricerca e lavoro rispetto alla consapevolezza che la salute mentale esiste sin da bambini.

Spesso si fa riferimento ad altre figure professionali per lavorare con e per i bambini e i ragazzi; ma ci sono aspetti strettamente legati alla salute mentale, per cui penso che, la figura del tecnico della riabilitazione psichiatrica sia fondamentale per questa parte della popolazione.

I bambini hanno il diritto di essere consapevoli che hanno una mente che crea pensieri, emozioni, sensazioni, e hanno il diritto di potere e saper gestire ciò che pensano e provano  nel modo migliore per loro e per le persone che gli stanno intorno.

Prendiamo ad esempio i disturbi del comportamento, uno degli ambiti di cui mi occupo prevalentemente. 

Occuparci dei disturbi del comportamento non significa solo estinguere i comportamenti problematici, ma prendersi cura di queste persone. Significa renderli consapevoli delle loro emozioni e dei comportamenti che mettono in atto quando si sentono in un determinato modo. Occorre anche fare prevenzione per evitare nuovi disturbi che potrebbero presentarsi in età adulta (dipendenze patologiche, disturbi dell’umore…).

Lavorare assieme ai bambini e ragazzi, ha come aspetto di importanza prevalente, quello di aumentare i fattori di protezione e quindi evitare fattori di rischio che possono incidere sull’adulto che diventerà.

Occuparci di disturbi dell’alimentazione non significa attendere un calo di peso visibile a tutti, ma valorizzare ogni corpo, dare l’opportunità ai ragazzi e alle ragazze di sperimentare ciò che provano e come vedono il loro corpo e i loro cambiamenti. Significa agire già da piccoli aiutando avere un buon rapporto con il cibo, essere consapevoli del proprio corpo.

come lavorare da terp in età evolutiva

Lavorare in età evolutiva significa specializzarsi in alcuni ambiti specifici. Spesso la laurea triennale non è sufficiente per poter lavorare con bambini e ragazzi. Occorre frequentare master, corsi di perfezionamento e corsi specifici sono parte integrante del nostro lavoro. Assieme alla preparazione specifica, è fondamentale l’osservazione sul campo grazie alla possibilità di tirocini in studi o strutture che si occupano di bambini e ragazzi.

Ma la curiosità personale, la voglia di studiare libri, manuali, partecipare a corsi specifici, deve essere un punto fondamentale della nostra professione.

La società cambia continuamente e questo incide sui nostri comportamenti, i nostri pensieri, e sulle difficoltà che possono vivere bambini e ragazzi (pensate ad esempio all’effetto del covid sulla salute mentale). Informarsi in modo continuo significa anche essere aggiornati su nuovi metodi di riabilitazione, approcci, modalità di intervento ed osservazione. Questo implica la ricerca continua di corsi validi, spulciare fra le librerie online e offline per trovare libri di valore, leggerli e studiarli e magari accorgersi che non è quello che ci aspettavamo.

Cambiare il proprio sguardo su ciò che il nostro mondo offre, pensate a quanto i libri, le serie tv, le canzoni, i giochi possano diventare strumenti per generalizzare competenze personali o riflettere su noi stessi. Tutto questo fa parte del contesto riabilitativo che deve essere calato nella vita delle persone per cui progettiamo un percorso che ha l’obiettivo di migliorare, mantenere o ricovare il proprio benessere mentale.

il Terp in funzione della salute mentale

La riabilitazione non è da considerarsi come un “riempimento”, ma come parte integrante ed imprescindibile di un percorso di benessere personale.

Unə bambinə o unə ragazzə che intraprende un percorso con un Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica, vuole essere consapevole di ciò che accade nella sua mente; desidera mantenere quel benessere conoscendo il percorso che ha svolto per giungere a quel punto.

Il modo migliore per poter spiegare ciò che faccio sta proprio nell’usare le parole giuste per descriverlo. E’ possibile che le emozioni siano difficili da gestire, che il proprio corpo non piaccia, che ci si senta molto stanchi o depressi, è possibile avere un’ansia incontrollabile o avere difficoltà a rapportarsi con gli altri. Tutto questo può succedere, non è una colpa. Tutto questo si può imparare a comprendere e gestire grazie ad interventi mirati di riabilitazione psichiatrica.

Articoli scientifici a riguardo

https://www.researchgate.net/profile/Rita-Roncone-2/publication/303092845_Psychiatric_Rehabilitation_in_Italy_Cinderella_No_More-The_Contribution_of_Psychiatric_Rehabilitation_Technicians/links/5979bf31aca272177c27c74b/Psychiatric-Rehabilitation-in-Italy-Cinderella-No-More-The-Contribution-of-Psychiatric-Rehabilitation-Technicians.pdf

https://www.jpsychopathol.it/wp-content/uploads/2020/10/01_Martinelli-1.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1636112/

La vera storia della strega cattiva: pregiudizi e realtà

In ogni società, in ogni luogo, in ogni storia c’è una strega cattiva. Una strega contro cui tutti puntano il dito, una strega su cui ricadono tutte le colpe. In ogni storia esistono pregiudizi e realtà, in questa storia andiamo a presentare la vera storia di ogni strega cattiva.

Avevo già parlato di questo albo su Instagram ( https://www.instagram.com/p/CdAk1AFsIdZ/?utm_source=ig_web_copy_link ) ma qui vorrei soffermarmi sul perché è utile leggerlo assieme a bambini e adolescenti e perché poterlo fare per la salute mentale.


la vera storia e il giudizio nella storia

“A chi non scaccia nel bosco la strega che è dentro di noi ma ha il coraggio di conoscerla e addomesticarla” L.T

L’albo inizia come la più classica delle fiabe “Qualche tempo fa, in un paese lontano, era nata una bambina“. Una descrizione, oggettiva, reale a cui segue subito un giudizio terribile “era nata brutta, tanto brutta[…] la mamma e il papà ne erano addolorati. Si dimenticarono anche di darle il nome“. Sin dall’inizio della storia il giudizio entra nella narrazione e diventa la storia stessa. Il pregiudizio, prende il posto della realtà.

La bambina viene lasciata a se stessa, e quando esce per le strade il nome le viene dato, le viene dato il nome in base alle sue caratteristiche e ai pregiudizi di ognuno: strega.

La vera storia della strega cattiva: pregiudizi e realtà

Venne allontanata dal paese e inizio a credere lei stessa di essere una strega, di meritarsi quel nome, di essere quel nome. Arrivarono nella sua casa in mezzo al bosco, tanti bambini che la Strega prontamente mangiò, perché è quello che la rendeva una strega. Poi arrivarono Hansel e Gretel che la uccisero gettandola in un forno e sconfiggendo la strega cattiva, che era solo una bambina.

Qualche tempo fa, così per caso, era nata una strega. A dir la verità, non lo era ancora Strega, quando era nata. Lo diventò dopo: una vera strega Cattiva. Ma quando era nata, era solo una bambina.”

Le immagini dell’albo accompagnano il lettore in una storia di sfumature, in cui però il pregiudizio, la fretta nel dare un nome a ciò che si vede, cambia la storia.

Pensate se quella bambina invece di essere chiamata “brutta” e “strega” fosse stata curata, vestita, educata, se qualcuno avesse giocato con lei e le avesse dato un nome proprio e non un nome comune che richiama ad un personaggio; non credete che la storia della strega cattiva sarebbe stata diversa?

educare all’osservazione e non al giudizio
La vera storia della strega cattiva: pregiudizi e realtà

Allora proviamo a trovare alcuni spunti di riflessione per capire come il pregiudizio incide sulla realtà.

Il villaggio sceglie per quella bambina la via più semplice del pregiudizio, dell’etichettamento, di mettere una persona dentro a un limite; certo è più semplice, ma non è conveniente. Da quel momento molti bambini che entrano nella foresta vengono mangiati dalla strega, la gente ne ha paura, non si avvicina, cambia le proprie abitudini.

Senza il pregiudizio tutti sarebbero stati meglio.

nella realtà…

Portiamo questo concetto nella nostra quotidianità. Quando penso che una persona “non è normale, è matta, va dallo psicologo o dal terapista perchè ha qualcosa che non va…” la allontano, la trasformo nelle parole che uso per descriverla. Se invece osservo il suo malessere, la sua fatica ad affrontare alcune situazioni, trovo in quella persona la voglia di ascoltarla e di complimentarmi con lei per aver chiesto aiuto.

Se un bambino o una bambina sono definiti “difficili” non osserverò ciò che vivono, come si comportano, non vedrò più loro come persone, ma vedrò la loro etichetta. Un’etichetta così semplice quanto poco realistica.

Fare prevenzione per la salute mentale con bambini e adolescenti, parte proprio dall’uso delle parole giusto, dall’osservazione della realtà, dal sentire ciò che si prova e capire da dove deriva quella sensazione. Fare prevenzione non passa solo per progetti sistematizzati, ma inizia dall’uso delle parole nella quotidianità iniziando proprio da noi adulti e dai pregiudizi e dalle parole che utilizziamo nella nostra comunicazione. Troveremo etichette e giudizi molto più spesso di quel che pensiamo, ma non deve spaventarci, deve invitarci a migliorare il nostro modo di parlare, pensare e rapportarci con gli altri. Significa prendersi cura della nostra strega cattiva e darle la possibilità di prendere un altro nome.

Se iniziamo da queste parole, da queste storie, porteremo tutto il villaggio a non aver paura della strega e a godersi con lei una passeggiata nel bosco

Qui potete leggere l’intervista all’autore https://www.terre.it/interviste/scrittori-illustratori/luca-tortolini-racconta-la-vera-storia-della-strega-cattiva/

Mostraci chi sei: fra neurodivergenza e abilismo

“Mostraci chi sei” è un romanzo edito da Uovonero edizioni che parla di neurodivergenza e abilismo. Scopriamo qualcosa di più sul libro e su queste parole!

La trama “mostraci chi sei”

Il libro è scritto da Elle McNicoll, scrittrice neurodivergente, che racconta di Cora, una ragazza di 13 anni autistica che abita con il padre e il fratello; quest’ultimo lavora per una società chiamata “Il Melograno” in cui si scoprirà durante la storia, che si occupa della creazione di ologrammi di persone.

Cora conosce Adrien, anche lui neurodivergente, e fra loro l’intesa è immediata, come immediato è il confronto sul tema dell’individualità, del concetto di normalità e della capacità della società di accettarli per quello che sono. La famiglia di Cora è attenta alle sue esigenze, l’ascolta e la accetta senza condizioni; la famiglia di Adrien invece solo in parte. Solo la madre è fiera di ciò che è suo figlio, mentre per il padre i suoi “difetti” vanno cancellati, eliminati, annullati perchè sono errori e non caratteristiche personali.

Mostraci chi sei: fra neurodivergenza e abilismo

Senza raccontarvi troppo del libro, vorrei soffermarmi sulla parte finale in cui Cora rivendica il suo diritto a scegliere per il suo benessere. Il suo diritto a decidere se e come è giusto mantenere alcune sue caratteristiche che la rendono davvero se stessa.

Un libro che può introdurre i ragazzi più giovani al tema della neurodivergenza, e gli adulti ad alcune riflessioni importanti sul nostro modo di essere persone educanti e anche professionisti sanitari.

neurodivergenza
mostraci chi sei: fra neurodivergenza e abilismo

Partiamo quindi dal significato di neurodiversità. Si basa sul concetto per cui esistono persone neurotipiche, in quanto il funzionamento del loro cervello funziona come nella maggior parte delle persone, rientra per questo nella media.

Le persone neurodivergenti invece, rientrano in alcune minoranze statistiche e possono essere autistiche, ADHD, dislessiche.

Se noi pensiamo alle divergenze come un problema puramente medico da curare, vedremo questa caratteristiche personali come un errore da correggere; se invece ampliamo il pensiero e partiamo dalla verità che siamo tutti neurodiversi, allora quelli che venivano definiti errori iniziano a prendere la forma di caratteristiche personali.

Quindi partiamo dal fatto reale, che siamo tutti diversi. Che alcuni di noi hanno diversità che ritrovano in molte altre persone , altri hanno diversità che possono ritrovarsi in un gruppo ristretto di persone. Queste caratteristiche definiscono la persona… esattamente come quelle neurotipiche caratterizzano le persone neurotipiche.

In quest’ottica anche il lavoro di un professionista sanitario deve concentrarsi non sulla correzione di errori, ma sulla percezione e consapevolezza della persona, sul modo in cui vive la sua neurodiversità. Spesso mi sono trovata a riflettere se una caratteristica fosse da assecondare nell’altro o fosse da cambiare, se dovessi intervenire o starla a guardare e attendere. La risposta è sempre stata quella di vedere quanto, quella sfumatura, potesse fare soffrire una persona, quanto potesse farla sentire inappropriata, non voluta, inadeguata; da qui il progetto non è cambiare, ma portare a consapevolezza.

abilismo

Questo ci porta inevitabilmente a pensare, riflettere e porci il dubbio di quale sia il nostro punto di vista rispetto alla disabilità. Per anni mi sono domandata quanto il mio sguardo sulla disabilità, sui disturbi mentali, fosse condizionato dalla società e dalla cultura in cui sono cresciuta o dal semplice fatto di non avere io stessa queste difficoltà. Lo scorso anno quindi ho iniziato a informarmi su questo aspetto e vi rimando quindi alla definizione di abilismo e all’articolo di Sofia Rigetti, attivista e filosofa che si occupa proprio di informazione su questo argomento. https://www.sofiarighetti.it/2019/05/17/abilismo-e-ora-di-parlarne/

L’abilismo è l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità. Rappresenta anche il sistema di potere che ritiene che alcune abilità abbiano più valore di altre. ( es. nella società ha più valore che ci si sposti con le gambe, rispetto a coloro che si spostano usando la parte superiore del corpo)

Questa è una delle definizioni che trovate all’interno del podcast “Senza cornice” che parla di disabilità e di abilismo e che vi consiglio di ascoltare.

mostraci chi sei… e chi sono

Questo libro offre davvero la possibilità di rileggere il pezzo di realtà che ci siamo creati. Di rivedere ciò che può essere parte di un pregiudizio interiorizzato perchè sistemico (cioè completamente dentro alle dinamiche della nostra società).

Chi di noi è un professionista della salute mentale deve porre ancora maggiore attenzione a questa dinamica, perchè il rischio di ricercare la perfezione, di voler controllare la normalità è sempre in agguato!

Abbiamo il dovere di conoscere le dinamiche sociali, linguistiche e relazionali di questi aspetti, di riconoscerli prima di tutto su di noi, per poi aiutare anche gli altri a riconoscerli e a modificarli.

Quando ci apprestiamo a creare un progetto riabilitativo, chiediamoci come si sente la persona davanti a noi, non cosa fare per farlo rientrare nella norma statistica. Chiediamoci quali strumenti possono aiutarlo ad esprimersi o a imparare, non quel strumento più di moda possiamo offrirgli!

Ci sono alcune righe trattedal primo capitolo del libro ” Anche questo è femminismo” edito da Tlon in collaborazione con Bossy, che racchiudono questa complessità:

“Anche questo è femminismo” edizioni Tlon

Disabilità come una conseguenza o risultato di una complessa interazione fra corpo, fattori ambientali e personali. (…) la disabilità sia strettamente connessa sia alla società che all’individuo, cessando di essere una frattura nello stato di salute per diventare invece una variazione nel funzionamento degli esseri umani. (pag 13, Sofia Rigetti e Marina Cuollo)

Non chiudiamoci dietro alle rigidità di progetti iper selettivi e specifici, non cerchiamo sempre di semplificare la complessità. Cerchiamo di leggere questa complessità con lenti e pensieri diversi, con informazioni diverse e adatte alla società in cui viviamo, adatta alle persone con cui interagiamo.